Grappoli 2025: vulcani nel bicchiere, swing nell’aria

31 Luglio 2025
A CURA DI Maria Elisa Zuccarella

Grappoli, con la sua quarta edizione, ha trasformato Belpasso in un palcoscenico vibrante di aromi, calici e racconti. Più di mille di appassionati e non, si sono dati appuntamento per assaporare il meglio dei vini vulcanici del mediterraneo e scoprire che dietro ogni sorso c’è molto più di un’etichetta.

L’evento ha riunito oltre 70 cantine, non solo etnee, ma provenienti anche da altri territori vulcanici del bacino mediterraneo, creando un vero e proprio mosaico enologico. È stata una celebrazione della forza della terra, della varietà dei suoli lavici e dell’identità profonda dei vini nati dal fuoco.

Il Parco Urbano Peppino Impastato è stato la cornice perfetta per vivere Grappoli in modo autentico. Attorno a me calici levati, risate leggere, il suono delle bottiglie stappate, il tutto accompagnato da una musica swing in sottofondo.C’era una luce calda, dorata, che filtrava tra le fronde mentre il sole scendeva. In quel momento, tutto sembrava rallentare: il vino, la terra, le storie dei produttori, la voce di chi assaggia.

Passeggiare tra i banchi d’assaggio è stato come attraversare una mappa geologica, ogni calice parlava una lingua diversa, ma con lo stesso accento minerale.

Diversi sono stati i vini degustati durante la serata e diversi sono stati quelli che mi hanno maggiormente colpita.

Una menzione la meritano senza dubbio i vini orange dell’Abbazia San Giorgio, che mi hanno colpito per la loro personalità decisa e al tempo stesso profondamente evocativa.

Joe Peck – Orange, un vino che parla con voce propria: intensa, materica, sincera.

Ottenuto da uve zibibbo fermentate spontaneamente sulle bucce per più di 60 giorni, durante i quali, vengono rilasciati pigmenti e aromi. Il risultato è un vino dal colore ambrato brillante, con un naso complesso che spazia da note di albicocca e pesca, a sentori di erbe aromatiche. Al palato è strutturato, con buona acidità e un finale salino che richiama il territorio vulcanico di Pantelleria. Un orange wine autentico, che unisce tecnica, identità e forte espressività territoriale. È uno di quei vini che non cercano di piacere a tutti, ma che riescono ad entrare in connessione con chi sa ascoltarli.



Ho avuto il piacere di soffermarmi sui vini proposti da Tenute Ferrata, dove ho assaggiato due spumanti che raccontano l’Etna con grande personalità ed eleganza.

Il primo, uno Spumante Etna DOC Metodo Classico da uve carricante in purezza, si è distinto per la sua vibrante acidità, la finezza del perlage e un profilo olfattivo tipico del vitigno e del territorio: note agrumate di cedro, fiori bianchi e una sottile mineralità vulcanica. Al palato è teso, salino, con un sorso che invita alla beva. La permanenza sui lieviti – almeno 24 mesi – ha contribuito a conferirgli struttura e complessità, pur mantenendo la freschezza tipica dell’altitudine etnea.

Il secondo è stato un Metodo Classico da Pinot Nero vinificato in bianco, una scelta meno convenzionale per il territorio, ma sorprendente per finezza e precisione stilistica. Il vino si presenta con un perlage finissimo e persistente, al naso sprigiona aromi eleganti di mela cotogna, crosta di pane, nocciola tostata e un leggero richiamo affumicato. L’affinamento sui lieviti – oltre 36 mesi – ha donato una complessità gustativa che richiama modelli d’Oltralpe, pur conservando un’identità etnea ben riconoscibile grazie alla freschezza e alla mineralità.

Due espressioni diverse, ma complementari, di un territorio che riesce ad essere sia celebrativo che raffinato. Le bollicine vulcaniche di Tenute Ferrata dimostrano come l’Etna sia capace di coniugare modernità e tradizione, rigore tecnico e identità territoriale.



Un vino che mi ha colpito per originalità ed espressività è senza dubbio il Vignazza” Rosato di Generazione Alessandro. Un rosato etneo capace di coniugare territorialità, precisione enologica e freschezza contemporanea.

Prodotto da uve nerello mascalese in purezza, si presenta nel calice con un colore rosa tenue dai riflessi ramati. Al naso eleganti aromi di frutti rossi e lampone si alternano a sensazioni agrumate che ricordano l’arancia tarocco, per poi spostarsi su profumi tipici della macchia mediterranea, accompagnati da leggeri sentori tostati. In bocca colpisce per la sua verticalità: è un rosato secco, teso, con un profilo sapido e minerale, che riflette pienamente l’origine vulcanica dei suoli. L’acidità è ben integrata, a supporto di un sorso agile ma tutt’altro che banale, con un finale persistente e leggermente salino, che invoglia alla beva.



Ogni vino degustato sembrava raccontare la stessa cosa: la volontà di dialogare con un territorio complesso, vivo, mutevole, senza mai tradirne l’anima. Il filo conduttore è proprio questo: una nuova consapevolezza espressiva, che non ha paura di sperimentare, ma che si muove con rispetto e profondità. E poi c’erano le voci dei produttori, racconti appassionati sui loro vini, sul passato che custodiscono gelosamente e sul futuro che costruiscono con orgoglio e fatica. In quei momenti, ho capito davvero quanto amore e dedizione ci siano dietro ogni singola vigna, quanto ogni filare sia un pezzo di identità e di speranza. Ho percepito con chiarezza che il vino siciliano non è più solo tradizione, ma un continuo percorso di evoluzione, un viaggio fatto di sfide e innovazioni, che lo sta portando a crescere e a farsi apprezzare sempre di più nel panorama internazionale.

Se il vino è prima di tutto un gesto di ascolto, allora serate come questa servono a ricordarci che ascoltare il territorio è ancora il miglior modo per innovare senza perdere l’identità.

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