Bianchi di Sicilia: eleganza da scoprire

29 Settembre 2025
A CURA DI Maria Elisa Zuccarella

Per il terzo anno consecutivo il capoluogo etneo, nella suggestiva cornice del Palazzo della Cultura, ha aperto le porte all’evento che celebra i vini bianchi di tutta l’isola riunendo produttori, enologi, esperti, giornalisti e appassionati per raccontare la ricchezza e la versatilità dei grandi vini bianchi.

Organizzato da AIS Catania, in collaborazione con AIS Sicilia, Piazza Scammacca, Sullaluna ed ExpoCT, all’evento hanno partecipato oltre 100 cantine, con banchi d’assaggio, masterclass tematiche e momenti di approfondimento sul crescente ruolo che i vini bianchi siciliani stanno giocando nel panorama enologico nazionale ed internazionale.
Camminare tra i banchi d’assaggio di Bianchi di Sicilia è stato come attraversare una mappa fatta di profumi, accenti e visioni. Ogni banco era un’isola nell’isola: piccoli mondi enologici capaci di raccontare il territorio attraverso la voce dei produttori e l’identità dei loro vini.

Ho iniziato il mio percorso guidata più dalla curiosità che da una scaletta ben precisa. In pochi minuti mi sono ritrovata immersa in un dialogo spontaneo con chi il vino lo fa ogni giorno: racconti di vendemmie difficili, di sperimentazioni riuscite, di scelte coraggiose in cantina e in vigna.
Uno dei primi banchi in cui mi sono fermata è stato Cristo di Campobello. Dopo aver ascoltato la loro storia, dalla scelta del nome e del logo, alla scelta dell’etichetta, ho iniziato i primi assaggi.

Il primo vino è stato Adènzia, blend di grillo e insolia che porta nel nome tutta la filosofia della cantina: cura, precisione e rispetto per il territorio. Al calice si è rivelato un bianco armonioso ed equilibrato, ricco di sfumature, deliziose note di agrumi, pesca a polpa bianca e ananas, rendono l’assaggio fresco e morbido allo stesso tempo. Un vino che parla con gentilezza e decisione.

Il secondo è stato Lalùci, grillo in purezza che si distingue per precisione stilistica ed espressività territoriale. Al calice si presenta con un colore giallo paglierino, con riflessi dorati. Limpido e consistente, lascia presagire buona intensità olfattiva e struttura. Al naso intensi profumi di fiori gialli, sfumano verso note minerali, seguiti da sentori fruttati di pesca e mela. All’assaggio è secco, fresco e sapido, di corpo pieno, equilibrato, ma con una piacevole rotondità. Un bianco che coniuga territorialità e pulizia stilistica.

Dopo gli assaggi di Cristo di Campobello, che mi hanno colpita per precisione stilistica e profondità territoriale, ho proseguito il mio percorso tra i banchi, lasciandomi guidare dalla curiosità. Ed è così che mi sono imbattuta nella cantina Giasira, azienda che produce vini biologici in provincia di Siacusa, immersa tra migliaia di ulivi e carrubbi secolari, mandorli e agrumi.


Qui ho degustato il Keration, vino ottenuto da uve catarratto, dal colore giallo paglierino. Al naso è intenso con note floreali di zagara seguito da profumi di frutta a polpa gialla. Al palato è avvolgente, elegante ed equilibrato con una buona persistenza. E’ un catarratto che riflette pienamente il carattere della Sicilia sud-orientale: diretto, solare, salino.


Dalla solare provincia di Siracusa, dove il catarratto di Giasira mi aveva raccontato una Sicilia autentica, mi sono spostata idealmente verso ovest, fino ad arrivare ai banchi d’assaggio di Baglio di Pianetto, cantina storica del panorama siciliano che affonda le sue radici tra le colline di Santa Cristina Gela in provincia di Palermo e che abbraccia la filosofia siciliana alla cultura dei vini francesi.
Tra i loro bianchi, mi ha colpita Viafrancia Bianco, vino che unisce eleganza e struttura, che mira a creare una sinfonia perfetta tra varietà autoctone (grillo e insolia) e internazionali (viognier). Al calice si presenta con un colore giallo paglierino e leggeri riflessi verdolini. Al naso è molto intenso e predomina un bouquet floreale, fatto di fiori di ginestra e fiori d’arancio, seguito da sentori di agrumi e leggeri sentori di mango e pompelmo rosa. All’assaggio ha una struttura bilanciata data dalla freschezza e dalla sapidità. Questo vino è la dimostrazione di come vitigni autoctoni e internazionali possano coesistere in perfetta armonia ed estrema eleganza.
Dalla freschezza altitudinale di Santa Cristina Gela mi sono lasciata guidare dall’istinto — e, lo ammetto, anche dall’estetica. Tra i tanti banchi, è stata infatti l’etichetta di una bottiglia ad attirare la mia attenzione: linee pulite, eleganza grafica, uno stile minimale, ma evocativo. Così mi sono avvicinata al banco di Giovinco.

Qui ho assaggiato il loro Etna Bianco DOC, un vino che, oltre all’aspetto esteriore, ha saputo conquistarmi anche per ciò che ha raccontato nel calice: un’interpretazione autentica e precisa del territorio vulcanico, dove il carricante è protagonista assoluto. All’assaggio si distingue per l’eleganza e una spiccata mineralità. Il sorso è ben bilanciato, con un finale sapido, vivace e di ottima persistenza. L’Etna Bianco di Giovinco è una delle tante conferme del potenziale del carricante, un vino che racconta con precisione l’identità del vulcano.


E come ogni viaggio che si rispetti, anche il mio percorso tra i Bianchi di Sicilia meritava una chiusura memorabile. L’ho trovata al banco della Cantina D’Ancona, con un sorso denso di luce, tempo e pazienza: il loro Passito di Pantelleria. Un vino che racconta il sole estremo dell’isola, il vento che scolpisce i grappoli, la viticoltura eroica fatta di terrazzamenti e alberelli panteschi. Nel calice, l’intensità dell’ambra e un bouquet ampio: albicocche disidratate, scorza d’arancia candita, datteri, miele e accenni salmastri. Al sorso, dolce, ma perfettamente equilibrato da una vena acida e minerale che lo rende elegante e mai stucchevole. Un vino da meditazione, che chiude il cerchio con profondità e rispetto.
Dall’Etna al mare di Pantelleria, passando per colline, altopiani e territori inaspettati, ho incontrato produttori, filosofie diverse e calici capaci di sorprendere.


Bianchi di Sicilia non è stato solo un evento di degustazione, ma un vero e proprio itinerario sensoriale attraverso terroir, storie e interpretazioni. Un’occasione per riscoprire il bianco come linguaggio vivo della Sicilia contemporanea: non più ancillare rispetto ai rossi, ma protagonista di una narrazione fatta di eleganza, freschezza, longevità e visione.

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